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Amiche e amici di Nettuno Bologna Uno, bentrovati da Alessandro Iannacci. Continuiamo a raccontare i grandi eventi nella nostra città con un graditissimo ospite. Diamo il benvenuto sulle nostre frequenze a Giovanni Esposito, ciao come stai?

“Buongiorno a tutti, benissimo direi. In questo momento sono in Puglia, in procinto di venire a Bologna”.

E infatti il 28 e 29 marzo sarai al Teatro Celebrazioni insieme ad un cast importante con lo spettacolo intitolato Benvenuti in casa Esposito. È una commedia molto divertente tratta dal libro omonimo e con un risvolto etico molto importante perché racconta la malavita. Che spettacolo porterete in scena?

“E’ uno spettacolo che ovviamente ha come focus quello di far ridere. Portandolo in giro ormai da un mese ci stiamo rendendo conto che fa veramente tanto ridere. Siamo stati a Roma per due settimane all’insegna del tutto esaurito e la gente iniziava a ridere dopo i primi due minuti, entrando subito nella nella dinamica del testo. E’ uno spettacolo sicuramente divertente, non è unicamente anticamorra ma trasmette questo messaggio attraverso gli occhi di una ragazzina liceale, figlia del malavitoso protagonista Tonino, che comprende quale dovrebbe essere l’etica e come si dovrebbe vivere in maniera sana sia all’interno della famiglia, sia in una città come Napoli e nel mondo. Nel suo ambiente i personaggi della vicenda cercano di farla da padrone e di rovinare la vita agli altri”.

Come sei entrato nel personaggio del camorrista Tonino Esposito, il protagonista delle vicende che fa di tutto per essere all’altezza del padre boss di quartiere?

“Esatto. Tonino vive un grosso problema edipico, un complesso nei confronti del padre. E’ il classico stupido che, cercando di emulare le gesta del padre, fa una serie di cavolate molto divertenti. In sostanza è un ingenuo, non è cattivo e non potrebbe mai fare il camorrista data la sua indole proprio buona. Nella cita, però, gli è stata indicata soltanto questa strada, come accade purtroppo a tanti ragazzi che vivono a Napoli, in Sicilia o in Puglia. Cercando di ripercorrere quella via, se hai un indole buona diventa un problema perché riesci più a a barcamenarti. Nella sua bontà, quando Tonino ha a che fare con i malavitosi combina una serie di sciocchezze esilaranti. Sono entrato molto bene nel ruolo perché mi piace da morire, lo avevo già interpretato nel film. Nello spettacolo teatrale il personaggio fa un upgrade ulteriore, perchè fa ancora ancora più ridere”.

Lo spettacolo Benvenuti in casa Esposito, come dicevamo, racconta in maniera molto incisiva il mondo della malavita. Come ti sei rapportato a questa piaga, non soltanto nella realizzazione dello spettacolo teatrale e del film, ma anche nella tua vita professionale e personale?

“Purtroppo e per fortuna sono cresciuto in un quartiere di Napoli dove la malavita la faceva da padrona, è chiamato il triangolo del Bermuda, parlo di Miano, Secondigliano e Masseria Cardone. Negli anni Novanta uscivi dal portone guardando a destra e a sinistra per vedere se c’era qualcuno che era in procinto di sparare. Era il periodo del riposizionamento della camorra e dei clan. Oggi Napoli è completamente all’opposto rispetto a quegli anni: lo raccontiamo anche nello spettacolo, in una scena dove il boss chiede al mio personaggio chi possa cambiare la città e Tonino, ingenuamente, risponde ‘i turisti’. Proprio i turisti hanno cambiato Napoli, perché nei vicoli dove prima non potevi andare perché avevi paura che ti sparassero adesso puoi camminare fino alle cinque di mattina, ballare e cantare. Il mio rapporto con con questa malavita è completamente di schifo e l’ho combattuta da sempre, nel mio piccolo e nel mio quartiere, con l’Associazione Cattolica e con i miei amici. Non bisogna ai volti dei camorristi, a volte li riconosci e nel tempo ti possono sembrare quasi familiari. Bisogna sempre avere coscienza che quelle sono sono merda e merda resteranno”.

Il testo teatrale di questo spettacolo è tratto dall’omonimo bestseller di Pino Imperatore ed è stato riadattato per l’occasione da Alessandro Siani. Come avete realizzato questa rappresentazione?

“Conoscevo bene il romanzo, avendo lavorato al film. Il testo teatrale esisteva già in una versione di dieci anni, per questa nuovo riproposizione ho chiesto ad Alessandro di fare un adattamento personale insieme proprio per far venire fuori ancor di più il cambiamento del personaggio di Tonino, anche attraverso gli occhi della figlia, e portarlo su un altro livello. Il testo di dieci anni fa era un po’ diverso, abbiamo riscritto alcune cose con Alessandro, che si è fidato e mi ha mi ha dato la possibilità di aprire delle parentesi all’interno della storia. Secondo me abbiamo fatto insieme un ottimo lavoro”.

Nella tua carriera hai collezionato tante collaborazioni con grandi artisti, sia a teatro che sul piccolo o grande schermo. Cito soltanto a titolo esemplificativo Aldo Giovanni e Giacomo, Paolo Sorrentino, Fabio De Luigi, Rocco Papaleo e Carlo Verdone. Cosa ti ha lasciato questa continua collaborazione con altri colleghi nella tua professione?

“Lascia tanto perché esci arricchito ogni volta che finisci di lavorare con qualcuno di questi artisti. Queste collaborazioni, anche se non te ne rendi conto, cambiano e allargano l’asse della tua visione. Alla fine sei migliore, riesci a fare delle cose in più perché hai imparato delle cose nuove direttamente sul campo. E’ molto interessante poter lavorare con gente di quel calibro”. 

Anche grazie allo spettacolo Benvenuti in casa Esposito, che porterete il 28 e 29 marzo al Teatro Celebrazioni, possiamo dire che attraverso il linguaggio della commedia si possono raccontare storie di ogni tipo. Cos’è stata e cos’è per te la commedia?

“La commedia per me è tutto. E’ una cosa che per fortuna un po’ mi riesce, penso sia la cosa più difficile al mondo. Far ridere è proprio complesso, quasi come una formula matematica. Se riesci a capire come fare, come svolgere quelle espressioni per portare il pubblico alla risata, dopo diventa tutto alla portata.
Con la risata è possibile veicolare i messaggii più facilmente, perché il pubblico è rilassato e quando arriva un piccolo momento un po’ più alto, più delicato o più forte è come se arrivasse due volte”.

Lo spettacolo rende omaggio anche alla tradizione napoletana, che fa parte della tua storia artistica sin dalla gioventù, da quando studiavi alla scuola del Teatro Bellini di Napoli.
Cosa ha rappresentato per te l’arte napoletana e cosa significa per te esserne un ambasciatore contemporaneo?

“E’ stato molto ed è molto per me. E’ qualcosa che hai dentro e inconsapevolmente la porti avanti. Ci ho sempre avuto a che fare, ho collezionato incontri all’inizio della carriera con grandi attori che hanno fatto della tradizione napoletana un must e quindi in qualche modo me la porto dentro. L’unica preoccupazione è quella di essere all’altezza degli artisti che hanno fatto grande il teatro e il cinema in quella direzione. La sfida maggiore e più bella è proprio inserire l’arte napoletana nella nostra contemporaneità”.

In chiusura, hai alle spalle tanti anni di mestiere tra teatro, cinema e televisione. Come vivi oggi, con questo bagaglio di esperienza, il ruolo dell’attore?

“Lo vivo sempre in maniera un po’ disincantata, spero sempre che la gente non si accorga che non sono in grado. Ho sempre questo pensiero, anche quando sono ad una prima di un film, e mi chiedo se continuerò a lavorare o prima o poi diranno ‘cosa ci fai tu qu? vai via!’. Non lo vivo come un lavoro importante come quello di chi salva delle vite umane, ma come una cosa che mi diverte e mi costa tanta fatica, perché è un lavoro meraviglioso ma molto faticoso. Ci sono tanti colleghi anche molto più bravi che non hanno imbroccato la strada giusta e non riescono a lavorare con continuità, riuscirci è un regalo che prendo e per il quale ringrazio ogni giorno”.

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