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Amiche e amici di Nettuno Bologna Uno, bentrovati. Il 21 e 22 Marzo al Teatro Celebrazioni andrà in scena lo spettacolo intitolato Toccando il vuoto e ne parliamo con Eleonora Giovanardi, tra i protagonisti del cast. Benvenuta!

“Grazie mille, buongiorno a tutti e a tutte”.

A Bologna porterete un testo teatrale sul peso delle scelte, tratto dall’opera del drammaturgo David Greig. Che storia ci racconterete?

“E’ una vicenda ispirata alle storie epiche di alpinismo, nella quale due giovani ragazzi alpinisti degli anni Ottanta salgono su questo sulle Ande e lì, nella ricerca della vetta più alta, succede una tragedia. Anche chi di alpinismo non ne sa niente, come me, riesce a trovare in questa storia l’eco della ricerca esistenziale, delle risposte sulla vita. In questo sta la la genialità del testo di Toccando il vuoto, capace di parlare a un pubblico molto lontano dalla scelta di vita estrema che fanno i due protagonisti alpinisti, Joe e Simon”.

Sul palco salirai insieme ad un cast molto importante e corale formato da Lodo Guenzi, Giovanni Anzaldo e Matteo Gatta. Come vi siete trovati sul palco e nella quotidianità realizzando questo progetto?

“Con Lodo abbiamo un’amicizia ventennale che si rinsalda ogni volta di più. Matteo e Giovanni sono stati una piacevolissima scoperta, è una festa condividere questa tourneé fisicamente molto faticosa che ci vede ogni serata in Piazze diverse e durante la quale dobbiamo condividere gli spazi della macchina. E’ un gruppo speciale capitanato da Silvio Peroni, il regista, che ci ha aiutati sia a livello artistico che umano a creare un bellissimo ambiente, una bellissima atmosfera”.

Qual è il tuo rapporto con il tema dello spettacolo, ovvero le scelte, soprattutto in un mondo professionale come quello artistico che pone spesso davanti ad alternative e decisioni importanti?

“Questo testo parla ovviamente di scelte esistenziali tra vita e morte, quindi sicuramente più estreme anche se ogni attore ama pensare che il personaggio entri sempre in scena per una questione di vita o di morte. Abbassando i toni alla vita di tutti i giorni non credo che ‘scelte’ sia corretto, perché vorrebbe dire che abbiamo delle ipotesi A, B e C e sappiamo dove portano. Nella vita abbiamo delle intuizioni e le seguiamo sperando che vada tutto bene: a volte c’è un po’ di fortuna, a volte l’intuizione è giusta e a volte è sbagliata. E’ un gioco d’azzardo bello impegnativo”.

Un altro tema focale all’interno dello spettacolo Toccando il vuoto è sicuramente quello delle ossessioni, che spesso limitano la nostra quotidianità e il rapporto con gli altri. Come hai riletto questo tema preparando il testo teatrale che porterete al Celebrazione?

“Ho letto alcuni libri sugli alpinisti e sulle persone a loro vicine. E’ vero che la loro vita ruota attorno a questa scelta, non so dire però se la limitano perchè alla fine dà un sapore di unicità al loro quotidiano. Ogni volta che escono sul ghiacciaio è una questione di vita. Se vogliamo possiamo chiamarla ossessione, anche se è un’accezione a volte un po’ negativa però. È un’ossessione quella che nutro per la recitazione, che semplicemente è un’ossessione per l’essere umano, per la vita, per i moti interiori. Credo che sia un’ossessione abbastanza positiva. L’amore per la recitazione, per quanto mi riguarda, deriva dall’amore per l’essere umano e per come si comporta in circostanze che non sono le mie, è quella la grande sfida. In questo caso, interpretando Sara, è bello capire come un rapporto fraterno può superare le barriere dello spazio e del tempo e trasformarsi in una voce che aiuta a sopravvivere. D’altronde, questo testo parla anche della morte e di cosa ci rimane dei cari quando non ci sono più”.

Molti ti conoscono per le tue importanti esperienze televisive e cinematografiche, ma tu hai iniziato con il teatro studiando a Milano e facendoti apprezzare ruolo dopo ruolo. Che Habitat è per te il teatro?

“Ho frequentato la Paolo Grassi come dici giustamente tu, quindi sì vengo dal teatro. E’ un matrimonio, a volte si litiga o non ci si sopporta, però c’è un profondo amore. C’è stato un periodo, che risale al film con Checco Zalone e a tutto quello che è successo dopo, in cui dicevo che il cinema era il mio linguaggio. Forse mi trovo meglio lì, però avere ogni sera il confronto diretto con il pubblico che per un’ora e mezza ti ascolta senza schermi o cellulare è qualcosa di irrinunciabile. Prima di entrare in scena vorrei le stelline ninja per scomparire, ho sempre paura e sono travolta dalle emozioni. Però in realtà è proprio quello che cerco, lo dice proprio Joe Simpson in questo spettacolo: se non si ha un po’ paura non è bello. E’ simile ad una scalata diciamo”.

Hai collezionato anche importanti lavori sul grande e piccolo schermo, recitando in famose serie TV e film come Quo Vado di Checco Zalone ed Il primo giorno della mia vita di Paolo Genovese. Cosa ti stanno dando questi lavori in contesti sicuramente molto diversi rispetto a quello del teatro?

“L’audiovisivo ha è una bellissima fonte di studio perché se il teatro ha una gittata orizzontale, nel senso che è una maratona nella quale entri sul palco e accetti quello che ti succede, il cinema ti permette di avere una profondità da palombaro, verticale. All’interno di ogni scena hai la possibilità di scavare più a fondo, di poterla rifare. Sono proprio due sport diversi che si rifanno alla stessa matrice. Mi piacerebbe continuare questa proficua combo, mantenere entrambi i livelli nella mia carriera perché è un’esplorazione interna costante. Per me sono state esperienze importantissime, senza parlarti della collaborazione con Checco Zalone: per me c’è un prima Checco e un dopo Checco, è stato un ciclone e un’esperienza fantastica che mi ha permesso per la prima volta di conoscere un mondo che non avevo minimamente considerato all’epoca”.

In chiusura, tu sei di Reggio Emilia ma ti sei laureata proprio qui a Bologna all’Alma Mater. Che rapporto hai creato con la nostra città che hai vissuto poi nei momenti più importanti della tua crescita, quelli a cavallo del periodo universitario?

“Quando sono entrata in Paolo Grassi ero un po’ la più grande quindi rimpiangevo un po’ i tre anni di Università. Crescendo e mettendo un attimo i piedi per terra ho capito che quegli anni non li ridarei indietro per niente al mondo perché per me Bologna e i professori che ho incontrato sono stati proprio un viaggio che ha fatto nascere la mia coscienza critica. Ho incontrato delle compagne che sono dei geni e ora vivono in America. Hanno fondato delle imprese, sono scrittrici, lavorano da Google. Mi sono trovata in un ambiente estremamente fertile, Bologna era una culla eccezionale per quel mio momento di crescita. Era la prima volta che uscivo da casa, sono stati anni di formazione irrinunciabili dal mio punto di vista”.

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