“L’ospite d’onore della edizione 2014 del Giffoni Film Festival sará Richard Gere”. Ricordo ancora l’entusiasmo che il fragoroso annuncio pubblicato dall’organizzazione del Festival sui canali ufficiali destò in me. All’alba dei miei 18 anni avevo divorato gran parte della filmografia della stella di Hollywood, grazie soprattutto a mia nonna che aveva da sempre amato quel fare profondo che contraddistingueva tutti i ruoli interpretati da Gere. Pretty Woman, Ufficiale e gentiluomo, American Gigolò, Unfaithful, Schegge di paura, Shall we dance e Hachiko erano titoli che conoscevo bene e nel tempo avevo iniziato ad apprezzare lo stile di Richard Gere: una recitazione a sottrazione, nella quale l’attore non esagera con la performance ma narra e rappresenta con estrema realtá il quotidiano. Un modo di comunicare al pubblico la storia senza appesantirla con inutili sfarzi e pompositá. Nel luglio successivo a quell’annuncio, più precisamente il 22 luglio, avrei potuto vedere dal vivo quell’interprete che tanto mi aveva incuriosito, quell’icona di un cinema lontano ed affascinante.

Il giorno era arrivato. Nei mesi avevo pensato e ripensato a quell’incontro che il Giffoni Film Festival avrebbe regalato a noi ragazzi ammessi in giuria. L’attesa era pressante, anche perchè ero riuscito ad ottenere uno dei quattro ambitissimi posti per il Photocall: il Festival aveva la fantastica tradizione di selezionare quattro giovani ragazzi che avrebbero partecipato insieme all’ospite al tradizionale ed ufficiale set di fotografie prima del blu carpet. Quel giorno, al fianco di Richard Gere e di altri tre ragazzi, ci sarei stato io.

Gere arrivò su una berlina nera accompagnato dalle grida e dall’entusiasmo dei fan appostati dietro le transenne. Sceso dall’auto, notai subito gli occhiali da sole a goccia ed il bianco acceso dei suoi capelli, perfettamente in tinta con quello della camicia. Affiancato dal figlio piccolo, Richard inizió a salutare tutti con grande signorilità, per poi posizionarsi sulla pedana del Photocall. Dopo aver posato per alcune foto da solo, ci vide trepidanti in un angolo e ci chiamò a sè.

Senza renderci conto di quello che stava capitando, rispondemmo con alcuni sorrisi agli scatti dei numerosi fotografi presenti. Poi la raffica di flash si interruppe quando Richard Gere abbassò lo sguardo e si rivolse direttamente a noi ragazzi chiedendoci i nostri nomi, da dove venivamo, come stavamo ed iniziando a raccontarci i suoi giorni di soggiorno sulla costiera amalfitana. A tutti noi, in quel momento, Gere sembrava una persona qualunque e per alcuni minuti ci aveva fatto dimenticare l’importanza della sua carriera professionale. Successivamente Gere acconsentì a scattare una fotografia con tutti i reporter e volle stringere la mano ad ogni singola persona presente lungo l’affollato blu carpet del Festival. Avevamo conosciuto uno degli attori più importanti di Hollywood, avevamo una foto con lui e il tesoro di un bel ricordo passato al suo fianco. Ma la giornata non era finita, ci attendeva l’incontro in sala dove Gere ci avrebbe regalato importanti insegnamenti.

Il nostro incontro con Richard Gere in occasione del Photocall

Richard si fece strada sulle note del Valzer n.2 di Shostakovich tra gli applausi di centinaia di giovani che affollavano la celebre Sala Truffaut e la piazzetta antistante, pronto ad aprire il suo cuore a quel magma di menti fresche ed entusiaste: “Sono davvero felicissimo di essere qui. Prendo ogni occasione utile per venire in Italia, ho molti amici qui, sono venuto con mio figlio e un suo caro amico, adoro la Costiera Amalfitana. Al Festival di Giffoni si realizza una cosa straordinaria, si creano relazioni che avranno poi delle conseguenze per tutto il pianeta. Grazie per avermi invitato”.

Le prime domande si concentrarono sulla sua carriera e sul ruolo dell’attore: “Non ero un grande studente, ma ero molto coinvolto nelle attività teatrali. Iniziai a fare provini, riuscii ad ottenere i primi lavori e così cominció la mia storia nella recitazione. A inizio carriera pensavo di essere più portato per il dramma, poi arrivò Gerry Marshall con Pretty woman e tutto cambiò: mi insegnò ad interpretare il ruolo più rilassato, più spontaneo, verosimile. Non fu facile. Per iniziare a lavorare nel cinema non bisogna avere fretta, la cosa importante è domandare, chiedere, interessarsi. L’attore è una spugna, deve assorbire tutto e poi riproporlo nel suo lavoro. Penso sia questo il mestiere dell’attore ed è la strada che ho seguito anche nella nella vita privata, dall’università alla filosofia, dalla danza alla musica. Non sono mai sceso, inoltre, a compromessi. Noi dobbiamo solo venire a patti con i nostri demoni. Hollywood non è un mostro, è solo un posto dove si fanno i film. C’é vicinanza tra me e quel che racconto nei film perché io cerco di interpretare sempre ruoli nei quali mi ritrovo. Fare film per me è un lavoro, e cerco di non tenere mai troppo diviso il lavoro dalla mia vita e dai miei valori. Quando diventi un attore noto nel mondo cominci a porti il problema di pensare a quel che dici, devi essere responsabile. Una volta che inizi a pensare così non smetti più. Come personaggi pubblici dobbiamo dare un senso a ogni respiro, solo così possiamo dare un senso a tutto quello che facciamo”.

Anche un attore del suo calibro ha avuto un maestro, un idolo, un modello da seguire: “Akira Kurosawa, anzi, Kurosawa-san. Ricordo di quando, giovanissimo, andai a vedere una retrospettiva a lui dedicata a New York, dove ebbi modo di stringergli la mano. Un amico mi scattò una foto, mi sembrava un gigante. Ognuno ha un suo idolo, lui era il mio. Quando tempo dopo vidi quella foto mi resi conto che lui non era gigante, era alto quanto me, ma lo era ai miei occhi”.

Come si diventa un attore di successo, allora? Spiega Gere: “Il mio primo consiglio è fare il calzolaio. Se è la tua ossessione e la tua passione allora vai, insegui il tuo sogno. Ma è davvero difficile, in pochi riescono a farlo come vorrebbero. Inoltre non bisogna dare nulla per scontato: ho visto attori molto più bravi di me che non ce l’hanno fatta. Il loro karma non era quello giusto. Allo stesso tempo, però, non rinunciate a niente, non induritevi, non diventare qualcosa che non siete. Per essere degli artisti dovete imparare ad esser voi stessi, a guardarvi dentro e studiare duramente nelle aree di vostro interesse. Allo stesso tempo, però, guardatevi intorno, guardate il mondo e fate qualcosa di responsabile per gli altri”.

L’attenzione allo stato del cinema non mancò e l’attore mostrò una grande visione sul futuro, in particolare sullo sviluppo delle reti televisive e delle serie tv: ”L’industria sta vivendo un periodo di transizione, non è più come negli Anni Settanta quando ho iniziato. Oggi gli studios non producono più pellicole di altissimo impatto e allo stesso tempo canali via cavo hanno a loro disposizioni talenti e budget importanti con cui possono mettere in piedi progetti di grande spessore. Magari un giorno produrranno anche film: sarebbero i benvenuti perché non esiste alcuna distinzione tra piccolo e grande schermo. Il cinema ha budget minori oggi, ai nostri tempi c’erano le grandi major, oggi sono cambiati i modelli di produzione con azioni più traversali”.

Gere si é sempre speso per comunicare messaggi pacifisti, di rispetto e di integrazione ed anche in quella occasione volle lasciare a noi ragazzi un importante insegnamento: ”Se si raggiungesse uno stato di pace, senza conflitti, quasi tutti i problemi del mondo scomparirebbero. Tutti questi scontri non nascerebbero neppure se ricordassimo di comportarci come creature di gentilezza. Come sapete seguo con grande attenzione le pratiche orientali, le discipline zen, ed uno dei miei maestri giapponesi mi ha consigliato di effettuare solo sette i respiri in un minuto prima di prendere una decisione, per evitare che l’impulsività possa offuscarmi la mente. È una tecnica che dovremmo utilizzare tutti per mettere in ordine i nostri sentimenti. I leader mondiali a volte provano a trascinare la gente dalla loro parte in battaglia, innescando una spirale terribile di azione e reazione. Ma la veritá é un’altra: la violenza non ha senso, anche nel cinema. I film pieni di violenza sono una risposta al mercato, se il pubblico non li chiederà l’industria non li farà più. Non dovremmo reagire in maniera impulsiva e superficiale, ma fermarci per ragionare e trovare delle soluzioni. Su questo io nutro fiducia ed ottimismo verso l’ uomo e le nuove generazioni. Nel mondo siamo tutti correlati. Un mio amico una volta chiese al Dalai Lama come avrebbe potuto insegnare a suo figlio i valori della vita e il Lama gli rispose: Insegnagli a rispettare la vita di un insetto, anche lui ha dei figli e dei genitori. Se riesci ad insegnargli questo gli hai insegnato tutto”.

Saremmo rimasti ad ascoltare Richard Gere per giorni ma, come per ogni cosa che lascia un segno, anche per quel momento era arrivato il momento della chiusura. Ricevuto un riconoscimento, l’attore si fermò un’ultima volta a guardare la sala gremita di ragazzi: “Io non sapevo bene cosa aspettarmi, ma mi sono reso conto che questo Festival è veramente, veramente importante. Non per me, che non sono nessuno, ma per voi ragazzi. Tutto questo è davvero speciale. E parteciparvi vi dà una grande responsabilità”.

Ho ripensato più volte a quella giornata, rendendomi conto nel tempo dell’importanza di quell’incontro. Non abbiamo soltanto avuto modo di parlare con una stella di Hollywood, di immortalare il momento con una immagine che avremmo tenuto appesa nelle nostre camerette per molto tempo. Abbiamo conosciuto un uomo estremamente sensibile, cortese e pronto a portare tutti al suo livello. Non vi era distanza tra Gere e chi conversava con lui. Le domande non erano interviste tra ragazzi e un divo, ma un confronto tra pari. In quel giorno ho capito una cosa che poi ho potuto ulteriormente certificare negli anni successivi: i più grandi sono anche i più umili, e così anche Richard Gere. Un divo gentiluomo.

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