Completo sartoriale color canna da zucchero, cravatta blu a pois perfettamente ancorata al collo con un elegante nodo windsor, occhiali da vista incorniciati da una montatura sottile, baffo ormai inconfondibile ed il fedele pacchetto di sigarette stretto nella mano destra.

Incontrare Giancarlo Giannini non è una esperienza che lascia indifferenti. Una icona del cinema italiano con oltre 130 film interpretati, grande maschera in teatro ed in televisione, preciso regista ed efficace doppiatore delle stelle internazionali più amate, nonché unico italiano maschio a potersi fregiare di una stella dedicata sull’ambita Hollywood Walk of Fame di Los Angeles insieme a Rodolfo Valentino. Va molto orgoglioso di quel riconoscimento e lo sottolinea dopo pochi minuti dall’inizio di un incontro riservato a pochi giornalisti, seduto ad un tavolino appartato del Grand Hotel di Rimini.

Circondato dalle immagini più significative della filmografia di Federico Fellini, Giannini mette subito in chiaro il suo futuro e quello del cinema italino mentre mescola lo zucchero riversato con accuratezza nel caffè: “Non faccio più film molto lunghi, preferisco fare piccole partecipazioni. È molto faticoso realizzare un film per intero e poi credo che oggi il cinema non esista più. Quarant’anni fa, sul set di E la nave va, Fellini mi disse che il cinema ormai era morto. Risposi che in quel momento lo stavamo comunque facendo, che eravamo sul set, ma lui ribattè: un giorno andremo al cinema come ad un museo e non ci sarà più quel bellissimo raggio di fumo, quella meravigliosa scultura che attraversa il raggio della proiezione. Aveva ragione”. Da qui l’occasione per trasmetterci il suo ricordo personale del grande regista riminese: “Non ho mai lavorato in un film di Federico come attore ma eravamo molto amici, spesso mi invitava sui suoi set. Mi chiamava ‘Giancarlino il pipistrello della notte’ e mi permetteva di fargli anche delle fotografie, cosa che non concedeva a nessuno. Una sera mi telefonó convocandomi alle quattro del mattino e, una volta raggiunto il posto indicato, mi mostró una stagnola che conteneva del parmigiano arrivato appositamente da Parma, dicendomi: stasera ci facciamo le tagliatelle al ragù”.

I racconti che Giannini ci riseva accanto al bancone del bar del Grand Hotel di Rimini si intersecano con quelli condivisi con il pubblico presente all’incontro condotto da Giovanni Terzi e Simona Ventura: “Asserire che il cinema è cambiato in peggio è molto facile, ma lo dico comunque. Ormai i capolavori sono stati fatti. Ad esempio 8 1/2 di Fellini è un film meraviglioso e premonitore, che ritrae un regista intento a definire con difficoltà il nuovo progetto da realizzare. Abbiamo avuto dei grandissimi registi, oggi è più difficile. Ci sono comunque italiani bravi, tant’è che riusciamo ancora a portare a casa degli Oscar ogni tanto”.

Scrutando la location e notando i rami degli alberi che decorano il giardino del Grand Hotel, Giannini ricorda i suoi trascorsi sulla costa romagnola: “L’ultima volta che sono venuto qui a Rimini è stato con il regista Valerio Zurlini, per il quale ho recitato in La prima notte di quiete nelle strade di questa cittá. Eravamo molto amici e mi chiamava Cavallo Pazzo. Portai Valerio anche in teatro per la regia de La promessa, che ripropose anche in televisione. Gli ho presentato persino la donna che sarebbe poi diventata sua moglie”.

Quella stella sulla Walk of Fame dove campeggia il suo nome dimostra il grande impatto che Giancarlo Giannini ha avuto nel cinema oltreoceano, spingendo numerose produzioni americane ad assegnarli ruoli rilevanti. Tra le esperienze più apprezzate c’è sicuramente il ruolo di Renè Mathis nella leggendaria saga di 007 e Giannini ne è ben consapevole: “Ho interpretato questo personaggio per la prima volta in Casino Royale, poi ho partecipato anche al film successivo, Quantum of solace. All’inizio non avevo capito niente del mio ruolo, dalla sceneggiatura non ero riuscito a comprendere se Mathis fosse un alleato oppure un nemico di James Bond, un traditore. Il primo giorno andai sul set e chiesi delucidazioni a Michael Wilson, produttore insieme a Barbara Broccoli. Mi rispose che non lo sapevano ancora, ma che se Mathis fosse stato contro 007 sarebbe morto nel corso del primo film. Interrogai anche il regista, il quale mi diede la stessa risposta. Per una settimana io non seppi nulla e per questo motivo mi inventai il profilo di una spia talmente ambigua che non sapeva nemmeno lei da che parte stava realmente”.

In una carriera così lunga e variegata ci sono attimi ed incontri professionali che rimangono permeati nella mente. Giannini ne ricorda alcuni: “Lavorare con Monica Vitti e con Mariangela Melato è stato prezioso per la loro professionalità ed intelligenza. Poi c’è stata l’esperienza con Donald Sutherland, che ogni sera mi lasciava sotto la porta dell’hotel dei foglietti con gli script delle mie pose per il giorno seguente. In ogni caso nel mondo del cinema chi vuole ti rintraccia sempre. Mi sono sposato con la mia seconda moglie in Arizzona, in un punto dove nemmeno io sapevo esattamente di essere. Proprio lì sono stato raggiunto dalla telefonata del regista hollywoodiano Richard Brooks, che mi proponeva il ruolo in Fever Pitch al fianco di Ryan O’Neil. Mi divertii molto sul quel set, Ryan era simpatico e per scherzare gli leggevo le battute al contrario. Il mio personaggio era un giocatore di golf e per questo mi mandavano a lezione con dei maestri professionisti. Al primo ciak imbucai la pallina dalla distanza di undici metri. Mesi dopo Brooks mi convocó nuovamente a Los Angeles per consegnarmi la pellicola di quella scena con il sonoro degli applausi della crew, così avrei potuto dimostrare che quel colpo lo avevo eseguito realmente”.

Non puó mancare un riferimento ai lavori di doppiaggio firmati negli anni. Giannini ha dato la voce ‘italiana’ ad alcuni mostri sacri dell’industria americana, come Al Pacino, Michael Douglas e Jack Nicholson: “Doppiare è una parte del lavoro dell’attore, non tutti lo sanno fare. È come essere intonati, è una qualità ed anche una mostruosità. In Italia siamo sempre stati molto bravi a doppiare, io cominciai per guadagnare qualche soldo e poi ho insegnato a molti altri, inizialmente facevamo i brusii. Ho avuto buoni rapporti con gli attori che ho doppiato, ricordo con piacere i complimenti di Jack Nicholson quando sentì per la prima volta la mia voce sussurrata ripetere ‘Wendy…’ durante la storica scena di Shining che lo vede sfondare a colpi di ascia la porta del bagno”.

Giannini ricorda anche la regista Lina Wertmüller, Premio Oscar alla carriera nel 2020, alla quale ritiene di dovere gran parte della sua carriera grazie alle prestogiose collaborazioni negli anni Settanta: “Era un genio, si intendeva di recitazione, di musica, di danza, di canto, di montaggio, di scenggiatura, di fotografia. Lina non è stata molto valorizzata, non le assegnavano mai i premi ed i riconoscimenti quando in realtá era la vera artefice del risultato finale. I suoi straordinari primi piani erano apprezzati a livello internazionali, richiedevano molto tempo per essere realizzati ed erano curati nei minimi dettagli. Del resto è stata l’aiuto regista di Fellini, i Maestri servono sempre. Fu la prima donna candidata all’Oscar nel 1977 con Pasqualino Settebellezze, un film che non voleva fare perchè non pensava si potesse far ridere parlando di un campo di concentramento. Il progetto nacque dalla storia di un napoletano ebreo che lavorava a Cinecittà e che ci raccontó in una registrazione di oltre trenta ore la sua drammatica esperienza”.

Non c’è un approccio filosofico al mestiere nella carriera di Giancarlo Giannini, una sofferente ricerca dell’interpretazione perfetta: “Molti sanno fare l’attore, ma farlo bene è complicato. È un mestiere di fantasia, nel quale a volte l’unico critico di te stesso sei proprio tu, l’unica persona capace di dirti con chiarezza se sei stato bravo o meno bravo. Non c’è una regola in questo mestiere. Io sono un perito elettronico, ho studiato in una scuola meravigliosa a Napoli, la Alessandro Volta, con grandi insegnanti. Il mio professore di fisica era stato il compagno di banco di Enrico Fermi alla normale si Pisa. Recito per gioco, del resto in francese si dice jouer, in inglese to play. Perchè non dovrei giocare? C’è chi soffre quando entra in un personaggio, io non ho mai saputo come si entra in un ruolo che è anni luce lontano da me, dovrei fingere. Le mie conoscenze sull’elettronica sono state molto utili nella mia carriera da attore, soprattutto nel doppiaggio per andare a tempo. Ti insegna, inoltre, a gestire l’imprevedibile: in un circuito elettronico non sai mai che cosa succede, te lo devi inventare, devi applicare l’opera più bella che ti è stata donata: la fantasia, che è molto più veloce e creativa di un computer. Lo stesso è richiesto nel mestiere di attore, dalla lettura di una sceneggiatura devi immaginare cosa farai fare al personaggio con il tuo copro e con la tua voce. Su questo ho avuto importanti insegnamenti da un altro grande Maestro, l’attore francese Jean-Louis Barrault. Lo incontrai a Bruxelles durante un incontro internazionale di teatro e gli chiesi cosa fosse per lui l’attore. Mi rispose con la definizione più bella che abbia mai sentito: l’attore è colui che con il suo movimento incide lo spazio e con la sua voce incide il silenzio. A mio giudizio chi recita deve saper guardare ed interpretare il pubblico che ha davanti, essendo un tramite ed un comunicatore di una storia, una idea o una favola scritta da qualcun altro. È un compito molto semplice”.

È ora di salutare Giancarlo Giannini, di lasciarlo alla cena illuminata dal tramonto che ogni sera bacia la terrazza del Grand Hotel. Il giorno dopo visiterà, accompagnato dall’assessore alla cultura di Rimini, il vasto museo che la città ha dedicato a Federico Fellini, importante compagno di viaggio nella vita di Giannini e protagonista sempre presente in questa giornata passata al suo fianco. Lo salutiamo con riconoscenza, non prima di aver scattato una foto ricordo seduti ad un tavolino, sul quale campeggiano un accendino ed il fedele pacchetto di sigarette.

La foto ricordo con Giancarlo Giannini al termine della giornata al Grand Hotel di Rimini

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